E’ l’istinto. L’istinto dell’autocontrollo.

E' l'istinto. L'istinto dell'autocontrollo.

L’istinto di sopravvivenza che ti spinge all’autocontrollo, che mantiene intatta la colla che ti appiccica ad una maschera che sola ti permette di avvicinarti a quanto disprezzi.
Ti dirò una cosa, di te non mi piace la maschera.
Ti dirò un’altra cosa, la mia maschera non è disposta a creparsi per lo scontro con un’altra a lei simile.

Una fortezza che non crollerà mai, e che il solo custode può decidere di abbandonare, perché della sua invincibilità, della densità di quelle mura spesse e alte non si discute.
Sono lì apposta.
Per difenderti.
per proteggerti.
Per tenere l’immondizia a distanza adeguata da un’essenza che conosce molto bene il proprio valore per potersi sporcare.

Finchè Mi troverò davanti quella maschera, io non ti vorrò. Mai.


Armature.

Brucia tutti i tuoi dubbi, e cadi nel sonno.

Scopri che era solo tutto un brutto sogno.

Una vita della quale non conservi più ricordo.

Una vita nella quale vedi costantemente scomparire l’unica possibile via di fuga, e devi girarti e rigirarti su te stesso per guardare altrove e cercarne un’altra raggiungibile.

Dammi un bacio.

Dolcemente osservami.

Dolcemente specchiati, e non aver paura se vedi qualcosa che riconosci e rifiuti.

Evito il tuo sguardo come la pelle evita una fiamma. Guardo altrove finchè non t’incrocio in uno sbattere di palpebra. Crudele e soave istante in cui mi ustiono l’anima, mi spoglio di ogni copertura e tu denudi ogni mio pensiero.

Non è possibile perdersi così profondamente in un solo istante, mi dico dopo.

Dopo si dicono cose che cercano di mitigare qualcosa che al momento è talmente forte da non riuscire a gestirlo, da non riuscire a mentirlo.

Pieghi il mio italiano come il mio dovere.

Un dovere che da sempre ha piegato il mio volere, snaturandomi vanamente.

Non dirmi nulla. Baciami con il solo sguardo.

Toccami con un battito di ciglia.

Facciamo l’amore col pensiero.

In te io amo me.

E non mi chiedo più il perché.

Mi accascio, finchè lo accetto.

Cado per terra, perché lo accetto.

E mi sento viva, perché abbandono l’armatura di una vita, e finalmente il vento mi raggiunge e non ne sono più protetta.

Immagine psicogl

 


XLVI

In questo modo o in quel modo,

che convenga o non convenga,

Potendo a volte dire ciò che penso,

E altre volte dicendo male alla rinfusa,

Vado scrivendo i miei versi senza volere,

Come se scrivere non fosse una cosa fatta di gesti,

Come se scrivere fosse una cosa che mi capitasse

Come prendere il sole fuori.

Cerco di dire ciò che sento 

Senza pensare a cosa sento.

Cerco di accostare le parole all’idea

E di non aver bisogno di un corridoio del pensiero per le parole.

Né sempre riesco a sentire ciò che so che devo sentire.

Il mio pensiero solo molto lentamente attraversa il fiume a nuoto

Poiché gli pesa l’abito che gli uomini gli hanno fatto usare.

Cerco di spogliarmi di ciò che ho imparato,

Cerco di dimenticare il modo di ricordare che mi hanno insegnato,

E raschiare la tinta con cui mi hanno dipinto i sensi,

Disimballare le mie vere emozioni,

Sbrogliarmi ed essere io, non Alberto Caeiro,

Ma un animale umano che la natura ha prodotto.

E così scrivo, desiderando sentire la Natura, non come uomo,

Ma come chi sente la Natura, e nient’altro.

E così scrivo, ora bene, ora male,

Ora cogliendo ciò che voglio dire, ora sbagliando,

Cadendo qui, sollevandomi là,

Ma andando sempre per il mio cammino come un cieco ostinato.

Tuttavia, sono qualcuno.

Sono lo Scopritore della Natura.

Sono l’Argonauta delle vere sensazioni.

Porto all’Universo un nuovo Universo

Perché porto all’universo se stesso.

Questo sento e questo scrivo

Perfettamente cosciente e non senza vedere

Che sono le cinque del mattino

E che il sole, che ancora non ha mostrato la testa

Oltre il muro dell’orizzonte,

Già gli si vedono tuttavia le punte delle dita

Aggrappate in cima al muro

Dell’orizzonte pieno di monti bassi.


Punto. E a capo.

Tu non mi conosci.

Eppure conosci chi sarò in futuro.

Un nesso, un flebile e linfatico nesso per coniugare presente e futuro, per rendere reale il corso di una storia che vive sottopelle, al riparo da qualsiasi luce, nascosta, pulsante e prepotente.

Il filo. Non tagliare il filo.

Non guardare finchè non c’è nulla da guardare.

Non osservare, non pensare. Pensi, e ti allontani dalla verità. Pensare non serve.

Sentire e pensare seguono binari paralleli che mai s’incroceranno, forse a volte si alterneranno.

Senti.

Ma il presente è lontano, e nessuno qui è mago.

Senti il passato, ricorda.

Senti il futuro, costruisci.

Scrivi con gli occhi chini sulle dita, non controllare le parole che s’incollano nere sul bianco. Appena le vedi, ripenseresti al loro giusto o sbagliato.

Scrivi. Scrivi di getto, e finchè non scrivi non rinasci.

Senti, senti di polso e finchè non pulsi non comprendi.

Annega, annega nell’acqua e finchè non anneghi non scegli a cosa aggrapparti.

Un pezzo di legno, lassù, galleggiante. Non sai se reggerà eppure è l’unico in grado di concederti respiro oltre la superficie del lago.

Fatti che ti sovrastano, pazienza che non ti appartiene ma cui ti obblighi.

Parole prive di connessioni logiche, pensieri fluidi come il vento.

Tutti vorremmo avere a che fare solo con quanto già conosciamo e sappiamo decifrare.

Pochi si spingono oltre il compreso e cominciano volutamente a scaraventarsi contro muri più duri delle ossa, ma che si è convinti prima o poi cederanno.

Scrivi, scrivi di getto. E finchè non scrivi, non respiri.


Con te, senza te.

‘Tu sei sicura che lo vuoi, sei sicura che lo vuoi così, con tutto il peso che un’anima dannata porterà sempre con sé?’
‘Si.’
‘E lo vuoi lo stesso.’
‘Si.’

Ti fermi per osservare il movimento attorno a te, senza te.
Consapevole che non essendoti fermata, quel movimento avrebbe avuto un corso differente. Un corso che non scoprirai mai e puoi solo immaginare.
Perché ormai ti sei fermata, e come nell’altro caso, puoi verificare una ed una sola delle due ipotesi possibili in questa realtà che sembra costruita nella tua mente con mattoni poveri, di quelli che si sgretoleranno non appena pioverà fortemente.
Una costruzione della quale potresti conservare appena il ricordo, se non ti affretti a metterla a riparo, rafforzarla o farle una misera fotografia.
Rischio consapevole e folle.

Vi siete mai chiesti con quale criterio la vostra mente scelga il rischio da affrontare?
Una scelta o l’altra, una strada o l’altra, una paura o l’altra, ti si piazza ugualmente davanti questa chimera del rischio.

‘Mi cercherai quando vorrai fare l’amore con me?’
‘No. Io non farò mai l’amore con te.’

Perché spero che presto arrivi un vento abbastanza forte da ridurre quei mattoni in polvere, e soffiarli tutti via. Lo spero in silenzio, custodita da un rischio che con te o senza te ho dovuto affrontare lo stesso.


Parlare la stessa lingua.

 

Accade molto più difficilmente di quello che si pensi.


Il valzer degli addii.

‘Davvero?’ chiese, e la sua voce, normalmente troppo alta, non era ormai che un sussurro.

‘Davvero.’

‘Ma sono una ragazza come tante.’

‘Non è vero.’

‘Si, invece.’

‘Lei è bella.’

‘No.’

‘E’ tenera.’

‘No.’ disse lei,scuotendo la testa.

‘Irradia dolcezza e bontà.’

‘No, no, no.’ scosse ancora la testa.

‘So com’è fatta, lo so meglio di lei.’

‘Non sa nulla.’

‘Lo so.’

La fiducia che emanava dagli occhi di Bertlef era come un bagno miracoloso e Ruzena desiderava che quello sguardo che la inondava e la carezzava, durasse il più a lungo possibile.

‘Ma davvero sono così?’

‘Davvero, io lo so.’

Era bello come una vertigine: negli occhi di Bertlef si sentiva delicata, tenera, pura, si sentiva nobile come una regina. Era, di colpo, come essere farcita di miele e di erbe odorose. Si trovava addirittura adorabile. (Dio mio, non le era mai successo finora di trovarsi così deliziosamente adorabile!).

‘Ma se mi conosce appena.’ continuò a protestare.

‘La conosco da molto tempo. La osservo da molto tempo e lei non lo sa. La conosco a memoria.’ e le sfiorava il volto con le dita ‘il suo naso, il suo sorriso dal disegno delicato, i suoi capelli…’

E poi cominciò a sbottonarle il vestito, e lei non faceva resistenza, continuava solo a guardarlo negli occhi e sprofondava in quello sguardo che si richiudeva su di lei come acqua, un’acqua dolce.

Poi c’è addirittura chi osa dire che la lettura in sè non è altro che una malsana fuga dalla realtà. Ve lo giuro, c’è chi lo pensa davvero. Probabilmente chi non ha mai davvero letto.


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