Escritoire

E' la fretta che ti fotte.

Elimino ogni interferenza con la mia natura.

Ogni ingerenza al di qua dei miei confini viene tagliata come i rami secchi, che altrimenti mi soffocano, impediscono alla mia natura di fluire.

La vita mi ha obbligata a farlo con chi mi ha messo al mondo, figuriamoci se non riesco e se non devo farlo con chiunque altro tenti l’impresa. Che poi impresa non è. E’, appunto, esattamente un’ingerenza.

Ma nessuna è mai gradita. Nessuna è mai utile. Ognuna di esse è fine a sé stessa. E’ il frutto di radici che non sono le mie, e che mai io, come nessun altro, avrebbe il dovere di accettare.

Conto nella mia vita presenze amiche che mi tengo strette. Sono quelle che mi hanno accompagnato nel buio, sono quelle che hanno visto di me il lato peggiore, da vicino o da lontano. Come un binario parallelo al mio, morto o trafficato di vita che fosse, che ad ogni istante mi ricordava che se mi fossi voltata ce l’avrei avuto vicino, che avrei potuto fare il salto verso una mano tesa pronta a prendermi. Ma che mai ha tentato di catturarmi nella sua direzione.

Sono quelle presenze con cui non ho mai avuto il dovere di parlare per farmi vedere. Per farmi comprendere.

Sono quelle presenze che hanno sempre saputo di non dovermi dare risposte.

Perché uno, se parla, se anche resta in silenzio, le risposte non le cerca mai da qualcun altro. Sa che le trova da solo. E così deve essere per tutti.

Se uno prova a toglierti un punto interrogativo per sostituirlo con qualsiasi altro segno di punteggiatura meno incerto, destabilizza il percorso che solo tu devi fare, e che probabilmente stai già facendo egregiamente. Con un’andatura impercettibilmente veloce.

Sono le stesse presenze che io mi tengo stretta. E che mi tengono stretta a loro volta.

 

Quando sono sbarcata in questa città avevo ben chiaro che sarebbe stato solo un mezzo con cui attraversare una parentesi temporale che mi avrebbe riallacciata alla mia vera vita.

E’ per questo che decisi fermamente di viverla come tale, e basta.

Non ho sentito il bisogno di impormelo, io sapevo, io so, che tutte le figure che vi avrei incontrato sarebbero rimaste tali. Figure da osservare, a cui sorridere, ma che non avrebbero mai preso posto nel mio bagaglio.

Una volta qui, decisi che avrei usato questo mezzo per fare ogni cazzata possibile immaginabile che la mia natura non mi ha mai richiesto davvero di compiere.

Indossare dei tacchi altissimi, portare un rossetto rosso. Sperimentare un potere sugli uomini. Usare l’alcool. Il fumo. Le luci intermittenti delle discoteche. Coetanei abituati a vivere come io mai prima d’allora. Usare tutto questo per conoscermi ancora di più, per confondermi nella folla di superficialità e spingermi dentro dei limiti per vedere come avrei reagito, anziché starmene fuori come invece mi risulta spontaneo fare.

Tutte cazzate, tutte benedettissime cazzate.

Ma sono tali solo per chi ci è cresciuto.

Quando cresci in un modo, ti sembra la normalità. La banalità.

Ed ogni virgola tu non abbia incontrato nella crescita, invece, ti sembra fonte di puro stupore. O disappunto, a seconda dei casi.

 

Io sapevo che qui dentro, in questo circo di banalità da sperimentare, per quanto avrei potuto trovare qualcosa che di marcio non era, avrebbe costituito sempre e solo un elemento figurante.

Altro non può essere, finchè non ci si fa conoscere in tutto. Ho detto ‘tutto’.

Se si vuole.

Ma la maturità sta anche nel capire dove ti devi fermare, e dove invece puoi far traboccare la tua persona.

Ed alle parole si crede sempre relativamente.

Le immagini sono più forti di ogni altra cosa.

Ti parla un ragno, ti dice di essere stato formica e ti racconta minuziosamente com’era vivere da formica.

Ma davanti continui ad avere un ragno, e continuerai a non vedere che quello.

Non c’è un lato dal quale pende la ragione oppure il buonsenso. Proprio non c’è.

E da biasimare non c’è nessuno.Nessuno.

 

 

Ho bisogno di credere.

Ma che dico.

Io ci credo.Io voglio.

E tutto ciò che mi ha bloccato fino ad ora è una stupida,stupida età che mi spinge a decontestualizzarmi da un’ambizione che mi appartiene,ma che ho tentato di soffocare in ogni modo.

E quello che mi sta succedendo ora è la prova schiacciante che i miei tentativi sono stati vani,ed anzi,stupidi.

Io danzerò a vita.

A VITA.

Sfoglio i ricordi,leggo di allievi che si sono diplomati l’anno esatto in cui io ho abbandonato tutto.

Potevo esserci anche io tra quelli,mi dico.Invece non ci sono.Invece non ho in mano alcun pezzo di carta di lustro.

Non importa.

Lo ripeto: Io danzerò A VITA.

Pensieri che soffocano il sonno.

Il mio più grande terrore è non lasciare alcuna traccia nelle persone.

Investire a vuoto.

Ed è un terrore subdolo,perché,come ora e spesso,si materializza in una netta ed inequivocabile sensazione.

‘M’hai detto: ti amo. Ti dissi: aspetta. Stavo per dirti: eccomi. Tu m’hai detto: vattene.’

E quell’ ‘ASPETTA’ era solo frutto della mia paura.

Mi piace pensare che anche il tuo ‘VATTENE’ lo fosse.

La stessa paura di una sofferenza incontrollabile,provocata dall’altro.

Ma non è forse questo stesso terrore che ci accomuna,la garanzia che non potremmo farci altro che del bene?

Rosso è tutto quel che vedo.

Bastano delle note.

Bastano due righe.

Le stesse che ascoltavi,le stesse che scrivevi in quel preciso istante.

E tu sei di nuovo lì.In carne ed ossa.Molte ossa.

Devi forzare la mente per accorgerti che è una pura e viva sensazione solamente,devi costringere la memoria a ricordarti tutti i giorni e i mesi e gli anni che in realtà sono passati.E che tu non sei più lì.Ma qui.Non hai lo stesso viso,non hai lo stesso taglio di capelli,non devi svegliarti presto il mattino dopo per andare al laboratorio di progettazione,non sei appena tornata da un lungo pomeriggio di sudore e piedi sanguinanti in teatro.

Non hai più la paura martellante di essere trascinata in ospedale da un momento all’altro per i tuoi mancamenti.

In ospedale ci sei già stata.Molto tempo fa.

D’un tratto ti coglie un terrore nuovo.Non volevi comporlo nella tua testa,ma l’hai fatto.

Nel goffo tentativo di proseguire una propria vita,si arriva ad un fotogramma che ti blocca.E continua ad essere proiettato a ripetizione incantata e violenta.

E tu sei incastonata in quel fotogramma,senza via d’uscita.

Mi lascio sfiorare dal pensiero.

Perchè non c’è altro modo.

Una sera come tante,di quelle in cui ti sommergono di risate e sorrisi,di quelle in cui vivi la tua età lontano da tutto e tutti,vicino solo a chi ti accompagna all’unisono in un breve viaggio di vita.

Di quelle in cui si decide di non pensare a niente,di sentirsi belli e capaci di tutto,con un’autostima che ti consola e ti anestetizza ogni mancanza.Una di quelle serate in cui si beve in compagnia e si decide di essere felici a prescindere.

E tu non ti accorgi che sei immobile,in mezzo alla strada e con lo sguardo perso tra le luci della notte,fisso.Pieno e silenzioso.

Non te ne accorgi finchè una mano amica accarezza il tuo braccio destro.Finchè quella voce non ti chiede che cos’hai.

Ma non parli.La mente è piena di parole e pensieri che girano vorticosamente e lucidi.Non riesci a parlare.E quello che taci riempie occhi grandi di lacrime che non scendono.

‘Dimmi che cos’hai..’,ripetuto innumerevoli volte.

Non.Riesco.A.Parlare.

‘Dimmelo..’,ancora,dolcemente.

E così,come si snodano i pensieri,lacrime e parole si versano insieme sotto quello stesso cielo buio e vivo.Ascoltate finalmente da me.

Le riverso per me,non per chi me lo chiede.

Come se mi servissero ad arrendermi alla loro esistenza,prima d’allora negata,negata con ostinazione.

I miei occhi non sono lucidi perchè sono triste.Sono lucidi perché custodiscono un pensiero felice.

Ogni volta che la notte non riesco a dormire,io riprendo il mio pensiero felice,e mi addormento,sempre.

Senza quello non dormo.Non mi alzo dal letto la mattina.Non mi vesto e non muovo un passo di danza.

E non m’importa se è un pensiero irreale,lontano concluso macchiato rifiutato.

Lui è il mio pensiero felice.

Un abbraccio amico che mi fa sentire il calore attraverso i piumini che indossiamo,e per una frazione di secondo io chiudo gli occhi,pensando che al suo posto ci sia lui.

E sorrido,teneramente sorrido.Non vorrei smettere mai.

Quando la motivazione indietreggia

cosa si fa?
si attende?
si forza?
si lascia che ti trascini con sè?

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